Furore

by John Steimbeck
25 July 2014

Epopea della miseria. Un’intera famiglia che si sposta da uno sperduto villaggio dell’Oklahoma e fra mille peripezie cerca di raggiungere, attraversando la mitica Route 66, le coltivazioni di frutta della lontana California. L’eterno dramma dell’emigrazione che si dipana su quella che nell’immaginario comune è la terra del sogno, il paese dell’american dream che ha illuso decine di generazioni e che, tuttora, è al centro della gran parte dei flussi migratori dell’intero pianeta. E la storia è sempre la stessa: l’avvento della tecnologia sui campi di grano, progresso tecnologico che in questo caso prende le sembianze dei trattori e che rende superfluo l’impiego delle braccia umane, fa nascere all’improvviso un numero impressionante di disoccupati. Una miriade di disperati che non può più disporre di nessuna fonte di reddito e che vede andare in frantumi anche le poche certezze della sussistenza quotidiana. E quando gli uomini erano in gruppo la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo, perché capivano che tutto andava bene: il crollo non c’era stato; e non ci sarebbe mai stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore. John Steinbeck pubblica Furore – titolo originario Grapes of Wrath che Valentino Bompiani rende bene in italiano, snellendone ulteriormente la sintassi – nel 1939, l’anno seguente vince subito il Pulitzer. Un romanzo sociale che gli farà assegnare nel 1962 il Nobel per la Letteratura, decretandone così l’inserimento nel gotha degli scrittori classici americani, ed esponendolo ad innumerevoli attacchi interni ed internazionali. Steinbeck subirà per molti anni l’accusa di ‘comunismo’ e la conseguente attenzione dei servizi segreti di Hoover. Quella che è appena uscita è finalmente l’edizione originaria ed integrale, dopo che il volume è stato straziato in Italia dalla censura fascista.

Le vicissitudini della famiglia Joad – un esempio irripetibile di legami ed istinti affettivi – si intrecciano alle profonde trasformazioni sociali generate dall’onda lunga della Grande Depressione; che troveranno esito solo con l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Davanti a loro gente dello stesso sangue che fa di tutto per rendere intollerabile la lotta giornaliera per la sopravvivenza. Guardiani, sceriffi, banche d’affari, monopolisti, venditori di pezzi di ricambio, gruppi squadristi messi su dalla popolazione per fronteggiare l’enorme pericolo determinato da migliaia di braccianti senza lavoro: se a quella gente uno gli dà l’acqua calda, poi finisce che tutti vogliono l’acqua calda. Se uno gli dà i gabinetti colla catena, finisce che tutti quanti vogliono i gabinetti colla catena. Steinbeck riesce ad affrescare magnificamente un periodo della storia americana che sembra lontano anni luce e che in realtà è relativamente vicino. E come se il tema non fosse abbastanza complesso l’autore lo arricchisce di alcune istanze collaterali che, solo ad una lettura apparente, possono sembrare secondarie. La lunga traversata del paese costa il prezzo altissimo della morte, muoiono in sequenza il capostipite dei Joad e subito dopo sua moglie; l’abbandono di uno dei figli e la scomparsa del genero, schiacciato dalla mancanza di prospettive e dall’imminente arrivo di un bambino; un evidente proto-femminismo che stigmatizza la perdita di ruolo del capofamiglia – e in genere degli uomini - palesemente non attrezzato ad affrontare cambiamenti così epocali. Il lungo romanzo è poi attraversato da attimi sublimi di violenza e di tenerezza – la scena finale è per stomaci fortissimi - e, soprattutto, da due figure di rara bellezza: Ma’, che per tutto il libro non ha nome proprio, a segnare il ruolo insostituibile di custode dei destini familiari; e il figlio Tom Joad, uscito di prigione poco prima dell’inizio del viaggio, e che rappresenta l’essenza stessa della poetica di Steinbeck: perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini che hanno fame e sanno che la minestra è pronta.

 

The Italian BookClub Staff

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