La Bella Maniera

by Antonio Pinelli
27 July 2014

La Bella Maniera, edizioni Enaudi, finalmente affronta l'arte del XVI sec. con le dovute cautele, un periodo ancora incautamente chiamato semplicemente ”manierismo”, quasi volesse per forza contenere una mole cosi grande di concetti e stravaganze entro un unico scrigno il quale, per quanto prezioso possa dimostrarsi, risulterebbe comunque troppo piccolo.

Percorrere un tragitto come questo vuol dire evitare di scegliere necessariamente una retta via; piuttosto alzarsi fantasticamente da terra e lasciarsi cadere, a caso, poiché ciò che rappresenta, nel profondo, il Manierismo non è affatto la finalità, ma ciò che esso sperimenta per arrivarci. Un lasso di tempo che non si cura allora di un risultato compiuto poiché è esso stesso risultato di sé. Parola chiave credo possa essere il “contrapposto”, “l’antitetico”: tutto è il contrario di tutto, facce diverse di una stessa medaglia.…Riforma e Controriforma, sperimentalismo e conformismo, classicismo e anticlassicismo, naturale e antinaturale, ”regola e licenza” come dice lo stesso Pinelli…questi i concetti che abitano le menti dei personaggi del ‘500, siano essi artisti, poeti o illustri rappresentanti di Chiesa. Il fine è il non-fine. La risposta? E' il concetto espresso nel mezzo del dualismo a cui faremo riferimento nei prossimi esempi.

D'altronde se ci si sofferma più attentamente su ciò che scrive Giorgio Vasari nel suo proemio alla terza età delle Vite (testo del 1550 poi corretto e ampliato nella seconda edizione del 1568), ci si accorge senza sforzo alcuno che anche lui, uomo retto e privo di bizzarrie, riferisce di contraddizioni basilari, come quella tra maniera intesa come ”bella maniera” e maniera come “ridotto a maniera”…due facce appunto della stessa medaglia. Il termine è il medesimo, la Maniera, ma riguarda momenti ed esperienze artistiche differenti. Nel primo caso infatti la “bella” maniera è intesa come un traguardo, tagliato nel suo scritto da Michelangelo Buonarroti, massimo esponente di una tradizione quella del disegno che parte da Cimabue e Giotto. Nel secondo invece ci sono rimandi differenti, evidentemente opposti, quali “ridursi” a maniera, simboleggiando così quasi null'altro che una stucchevole ripetizione priva di genio. Si può partire da qui per giustificare le due parole chiave cui si faceva riferimento: “contrapposto” e “antitetico”.

Partiti dalla contraddizione semantica tra maniera come vistuosismo e maniera come ripetizione, un altro modo per affrontare la complessità del contrapposto e dell'antitetico cinquecentesco sarebbe quello di confrontare il profilo dei due personaggi che meglio rappresentano questo contrasto di idee. Prendiamo quindi come punto di riferimento lo stesso Giorgio Vasari, autore come detto delle Vite, ed il più anziano maestro postrinascimentale Jacopo Pontormo. Il primo veste i panni di ambasciatore e guida spirituale di una scuola di pensiero, quella del naturalismo, sempre al servizio della committenza (in questo caso quella dei Medici);“uomini da bene” come lui stesso ama definirsi, in rappresentanza di un rigore controriformato, in pieno accordo con le istanze degli anni ’60 esposte durante il Concilio di Trento del 1563. Anni completamente differenti quelli in cui si muove invece Jacopo Pontormo, un'area di venti riformisti che poi culmineranno con il Sacco di Roma del 1527.

Vasari stesso ce lo presenta: “…non avendo fermezza nel cervello andava sempre cose nuove ghiribizzando…andava sempre investigando nuovi concetti e stravaganti modi di fare, non si contentando e non si fermando in alcuno…la bizzarria e la stravaganza di quel cervello di niuna cosa si contentava giammai…”

Cause di questo rancore neanche tanto celato all’ interno di queste frasi, era una competizione profonda da parte sua contro la cosiddetta “cerchia del Tasso”. (Battista del Tasso, artista molto vicino a Pierfrancesco Riccio, maggiordomo di corte dei Medici e cappellano della sagrestia medicea in San Lorenzo, al quale furono affidate tutte le decisioni per le commissioni in campo artistico e culturale dalle quali il Vasari fu evidentemente escluso).

Oltre alla distanza personale tra i due, cosa più importante è la totale diversità non solo di arte ma di stile di vita condotta dai due. Vasari, attento sostenitore ed interprete di una imitazione della natura che sia quanto più veritiera al reale. Pontormo, avanguardista ribelle a favore di uno sperimentalismo sempre sopra le righe. Alla radice di questo atteggiamenot aggressivo che scatenò gli artisti dai primi decenni del XVI secolo come Pontormo, fu la consapevolezza che tutto ciò che di perfetto dovesse essere fatto in arte lo si era già fatto con Leonardo, Michelangelo e Raffaello…sommando poi quella pittura definita “senza errori ” di fra' Bartolomeo e Andrea del Sarto, si ebbe come un sussulto istintivo che spinse l’interesse necessariamente altrove. Sussulto vuol dire emozione, inconscio, ansia, turbamento interiore che proprio in artisti come il Pontormo e Rosso fiorentino non poteva che sfogarsi in un risultato coinvolgente e meno raziocinante. Ecco perché Vasari scrive”…si aggiunse alla regola una licenza (libertà espressiva) che, non essendo di regola, fosse ordinata nella regola, e potesse stare senza far confusione o guastare l’ordine…” Una “licenza” questa, sintomo di un'ormai assodata dimestichezza con la perfezione della natura. Questa licenza, sino al drastico cambio di rotta delle regole controriformiste, divenne modus operandi di ogni singolo artista “libero” del XVI secolo.

In questo scritto del Pinelli c’è inoltre la definizione di un termine molto caro al Manierismo, almeno ad una parte di questo, “electio”: partendo dal fatto che la perfezione nel ritrarre dal naturale si fosse già raggiunta, l’artista prese ora licenza nel rappresentare la natura portandola alle sue estreme conseguenze, sino a raggiungere l' “ideale”; si prese cioè a selezionare le cose migliori che la natura contenesse e ritraendole insieme, maniera dopo maniera, come si volesse aggiungere amore su amore, lacrime ad un pianto, felicità ad un sorriso. Inevitabilmente però forzare la natura non ottenne plausi ogni dove. Piacque però l’idea dell’artificiosità come “…garbata dialettica tra norma ed eccezione,razionalismo e irrazionalismo,tra natura ed artificio…un gioco evasivo e velato di scettica ironia dove le tesi e le antitesi si annullano o si stemperano…”

Tutto questo però si traduce in una “artificiosità naturale”, innata e non più costruita, fino a divenire praticamente istintiva. Da selezione organizzata divenne una tendenza, un abitudine. Ciò che ci rivela questo secolo dunque è un'accelerazione culturale, che pone le sue basi nell’imitazione della natura e che quasi la stravolge , a modo suo, alla ricerca di un nuovo equilibrio, nuove certezze , perse nell’anima di un popolo che ha vissuto un susseguirsi di vicende storiche che, per quanto numerose e destabilizzanti, ben si sposano con una cosi vasta irrequietezza artistica.



 

Simone Lombardo

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